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GLI AUTORI

           

Anton Pavlovič Čechov

(Taganròg, Russia meridionale, 29 gennaio 1860-

Badenweiler, Foresta Nera, Germania, 2 luglio 1904)

Anton Pavlovič Čechov, terzo di sei figli, nasce il 29 gennaio 1860 in una città della Russia meridionale, Taganròg, sul mare di Azov, da Pàvel Egórovič e Evgenija Jakovlevna Morosova.

La sua infanzia è molto difficile, anche per il carattere violento e  collerico del padre; ad appena sette anni è iscritto, insieme al fratello, ad una scuola greca ma con pessimi risultati a seguito dei quali viene trasferito al ginnasio russo di Taganròg e aiutando, nel tempo libero, il padre nei lavori di bottega.

Per un pretesto del padre, Anton è costretto ad interrompere i suoi studi ed è iscritto alla "Scuola di arti ei mestieri" per imparare il mestiere di sarto. sempre in quell'anno (1873) , però, ha modo di entrare per la prima volta in un teatro ed assistere alla rappresentazione di un'operetta "La belle Hélène" di Offenbach.

Come una rivelazione, è l'accendersi improvviso di una passione che lo accompagnerà in tutta la sua vita; inizia ad allestire, in casa propria che di amici, spettacoli teatrali, anche con l'aiuto dei fratelli.    

Il 1876 la sua famiglia è costretta, per difficoltà finanziarie, a trasferirsi a Mosca; Anton, si iscrive di nuovo al ginnasio per terminare gli studi, rimane da solo a Taganròg mantenendosi con lezioni private agli studenti dei primi anni.

Nel 1878 consegue il diploma e l'anno successivo raggiunge la sua famiglia a Mosca; si iscrive alla facoltà di Medicina e per contribuire alla disastrosa condizione economica scrive brevi racconti che vende ai giornali umoristici moscoviti.

Proseguendo con gli studi, porta avanti anche le collaborazioni ai giornali umoristici (tra i quali "La Libellula", "La Sveglia", "Lo Spettatore") e scrive anche dei testi teatrali "Il nobile" e "Il segretario senza barba e con la pistola" , mai rappresentati e andati perduti. 

Conseguita la laurea in medicina (1884) cerca di intraprendere la professione medica; nello stesso anno pubblica, a sue spese, la prima raccolta di racconti "Racconti di Melpomene" ("Skazki Mel'pomeni"), pur considerando la letteratura secondaria all'attività medica. Si manifestano, purtroppo, i primi segni della tisi.

Pubblica due nuove raccolte, "Racconti variopinti" ("Pëstrye rasskazy") nel 1886 e "Nel crepuscolo" ("V sumerkach") nel 1887.

Creatore di soggetti originali ("Il camaleonte", 1884; "Il sottufficiale Priscibiev", 1885; "Vanka", 1886).

Nel 1888 esce "La steppa" ("Step"), il cui  indiscusso protagonista è il paesaggio russo, che riceve consensi unanimi e consacra la fama di scrittore di Anton.

Scrive anche atti  unici "Il fumo fa male" (1886), "Le nozze" (1889), "L'anniversario" (1891); sempre nel 1888 va in scena con grande successo "L'orso" e scrive altri atti unici "Il canto del cigno" e "Una domanda di matrimonio".

Il successo ottenuto con "Ivanov" nel 1889, dopo una terribile prima rappresentazione nel 1887, gli dà la certezza di poter anche divenire drammaturgo.

Cresce la sua notorietà accompagnandosi, però, anche a critiche volte in special modo alla sua "passività politica".

Dopo la morte del fratello Nikolàj, cui era molto legato, Cechov intraprende un lungo viaggio che lo conduce all'isola di Sachalin, ove si trovava una colonia penale russa.

Dal viaggio nasce il libro omonimo in due volumi "L'isola di Sachalin" (1893).

Nel tentativo di curarsi dalla malattia, si stabilisce a Melichovo, poco distante da Mosca, e negli anni che vi trascorre (1891-1897) ha modo di scrivere molto: "Il reparto n.6" (1892), "Il monaco nero" (1893), "La mia vita" (1896), "La casa col mezzanino" (1896).

Nel 1896 propone "Il gabbiano" ma la prima è un insuccesso; insieme alle critiche rivoltegli dalla stampa si aggrava anche la sua salute ed è costretto, nell'inverno 1897-98, a trasferirsi a Nizza.

Durante un breve soggiorno a Mosca, nel 1898, assistendo alle prove de "Il gabbiano" al Teatro d'Arte rimane colpito dall'attrice Ol'ga Knipper che diviene sua moglie il 25 gennaio del 1901.

Duramente provato nel fisico non smette di lavorare: in quegli anni è la creazione di "Uva spina" (1898), "L'uomo nell'astuccio" (1898), "Sull'amore" (1898), "La signora col cagnolino" (1899) e della "Fidanzata" (1903).

negli ultimi anni della sua breve vita ha modo di realizzare anche i drammi "Zio Vanja" (1899), "Tre sorelle" (1900) e "Il giardino dei ciliegi "(1903),  completato con grande sofferenza e per il quale, in pessime condizioni fisiche, si reca a Mosca  alla prima, il 17 gennaio 1904, raccogliendo e ringraziando degli applausi e delle acclamazioni.

In un estremo, disperato, tentativo di curarsi si reca in Germania, a Badenweiler, nella Foresta Nera, ove si spegne il 2 luglio. 

 

 

Eduardo De Filippo

(Napoli, 24 maggio 1900-

Roma, 31 ottobre 1984)

Figlio naturale dell'attore  Eduardo Scarpetta e Luisa De Filippo, il piccolo Eduardo debutta già in tenerissima età in una rappresentazione firmata dal padre.

Insieme ai fratelli Titina e Peppino nel 1909 si ritrova sul palco del Teatro Valle di Roma in "Nu ministro mmiez'e guaie" anch'essa firmata dal padre.

Entra in collegio nel 1911 ma continua sempre a recitare, alternando dure esperienze nel cinema che terminano ben presto.

Qualche anno più tardi da adolescente recita nella compagnia di Enrico Altieri, valutato come il miglior attore drammatico e popolare napoletano di quegli anni, alternando alla rappresentazione di drammi anche delle farse nelle quali il giovane Eduardo interpreta ruoli di primo piano.

Il lavoro è durissimo ma ha modo di scoprire, sul palcoscenico dell'Orfeo, il mondo del teatro di varietà e le macchiette e fa amicizia in un camerino del locale con un giovane che presto sarebbe diventato più noto a tutti con il nome di Totò

Lavoro ed impegno moltissimi così facendo, però,impara l'arte della scena; passa dalla compagnia di Peppino Villani a quella Urcioli-De Crescenzo, a quella di Aldo Bruno e nella Compagnia Italiana di Luigi Cancrini calcando le scene dei teatri napoletani più comuni.

Viene chiamato ad assolvere il servizio militare nei Bersaglieri di Roma nel 1920; smessa la divisa da militare nel 1922 riprende a frequentare i palcoscenici con la compagnia del padre. E' di questo periodo lo scritto "Ho fatto il guaio? Riparerò!" che andrà in scena qualche anno più tardi con il titolo "Uomo e galantuomo".

Nel 1924 si associa alla compagnia di riviste di Peppino Villani; nel 1926, invece, insieme a suo fratello Peppino sottoscrive un contratto per attore nella compagnia di Luigi Carini, anche se l'anno successivo ritorna nella compagnia del fratellastro Vincenzo con la quale mette in scena una commedia in due atti dal titolo "Ditegli sempre di sì".

Nel 1929 Eduardo e Peppino hanno un grande successo con "Prova generale", ossia tre modi di far ridere (semplice, malizioso; grottesco).

Il 1931 è l'anno che vede ad opera dei tre fratelli, Eduardo Peppino e Titina, dare vita alla compagnia del "Teatro umoristico - I De Filippo"  che andrà avanti fino al 1944.

La compagnia si esibisce in diverse città italiane, seppure con esiti non sempre positivi, ma il vero successo arriva alla fine del 1931 quando viene rappresentato l'atto unico di Eduardo "Natale in casa Cupiello" , una delle pietre miliari del nostro teatro.

Nei primi anni trenta risale l'incontro con Luigi Pirandello, e nel 1934-35 ha inizio il ciclo pirandelliano con la presentazione in napoletano, all'Odeon di Mialno, di "Liolà".

Nel 1935 Eduardo scrive "Uno coi capelli bianchi", commedia che verrà rappresentata nel '38 al Teatro Quirino di Roma; nel 1936 è la volta de "Il berretto a sonagli" al Fiorentini di Napoli.

Con la collaborazione di Pirandello, Eduardo trasforma il racconto "L'abito nuovo" in una commedia in tre atti.

Nella stagione 1938-39 si consuma il divorzio dalla compagnia da parte della sorella Titina insieme al suo compagno di vita Pietro Carloni.

"Non ti pago", commedia in tre atti, viene scritta nel 1940; nel 1942 è la volta di "Io l'erede", commedia in tre atti, e nello stesso anno va in scena a Torino "La fortuna con l'effe maiuscola", scritta a quattro mani con Armando Curcio.

I rapporti con il fratello Peppino iniziano a farsi difficili, ma il sereno tra i due torna presto ed anche Titina rientra nella compagnia.

Napoli, nel 1944, vede il ritorno dei De Filippo; vi mancavano dal 1941.

Il 1945 è l'anno di "Napoli milionaria" ma è anche l'anno in cui si consuma la definitiva separazione artistica con Peppino; Eduardo dà vita alla Compagnia di Eduardo che rappresenta, l'anno successivo, "Questi fantasmi" e poco dopo, con grande successo, "Filomena Marturano" , che poi diverrà il pezzo forte della sorella Titina.

Pensa a realizzare un teatro tutto suo (1946-47) ed inizia progetti per ricostruire ristrutturare il teatro San Ferdinando, raso al suolo dalle bombe.

Seguono, al già vasto repertorio, altre opere: "Le bugie con le gambe lunghe" (1947), "La grande magia" (1948), "Le voci di dentro" (1948) e "La paura numero uno" (1951).

Compra il terreno dove restano le macerie del San Ferdinando e inizia i lavori per la ricostruzione; nella stagione 1951-52, per finanziare i lavori, non forma la compagnia e si da al cinema.

Nel 1953 rifiuta una proposta teatrale di Giorgio Strehler, ma il ritorno al palcoscenico non è lontano poiché, per onorare il padre nel centenario della nascita, propone "Miseria e nobiltà" al Mediterraneo di Napoli.

Il San Ferdinando, tornato a nuovo splendore, viene inaugurato nel 1954 con "Palummella zompa e vola" di Antonio Petito.

Nel 1956, Eduardo, pur continuando la direzione della sua compagine, fonda, senza recitarvi, "La Scarpettiana", per far rivivere sui palchi il repertorio di suo padre.

in quella fine di anni cinquanta iniziano anche i suoi rapporti con la neonata televisione, lavora nel cinema e collabora con Federico Fellini in "Fortunella".

A Mosca, nel 1958, è rappresentata "Filomena Marturano" .

Nel 1962 è tempo de "Il sindaco del rione Sanità".

Negli anni successivi si alternano rappresentazioni teatrali e spettacoli televisivi; nel 1980 apre una scuola di drammaturgia a Firenze e riceve la laurea honoris causa all''Università di Roma.

L'anno successivo iniziano le rappresentazioni della compagnia di suo figlio Luca al teatro La Pergola; alla Sapienza di Roma prendono avvio i corsi di drammaturgia e gli viene assegnata la cattedra. E' senatore a vita.

Nel 1983 cura le regie di  "Bene mio e core mio" per la compagnia di Isa Danieli, "Tre cazune fortunate" e "Nu turco napoletano" per la compagnia di Luca De Filippo.

La sua ultima fatica è una memorabile interpretazione del maestro Corsetti nel film per la TV "Cuore", nel 1984, diretto da Luigi Comencini.

Il grande artista si spegne a Roma il 31 ottobre dello stesso anno. 

 

 

Carlo Goldoni

(Venezia, 25 febbraio 1707-

Parigi, 1793)

Carlo Goldoni nasce a Venezia il 25 febbraio 1707, da padre Giulio e madre Margherita Savioni.

Fin da bambino è evidente il carattere espansivo, la curiosità, la predisposizione agli spettacoli e lo stare nella società, in mezzo alla gente.

All'infanzia serena non segue un felice percorso di studi che è, anzi, piuttosto travagliato ma che, comunque,termina con il conseguimento di una laurea in legge presso l'Università di Padova (1731); nel mezzo lavori di apprendista in uno studio legale, coadiutore di cancelleria e, dopo la laurea, come avvocato.

E' solo dopo una breve permanenza a Milano (1733-1734) che inizia a collaborare, in modo non definitivo, per il teatro riscrivendo per il capocomico del teatro San Samuele alcune pesanti opere tragicomiche.

Goldoni, in rapporto al decadimento in cui era giunta la commedia dell'arte, aspira ad una comicità sottile e discreta, attingendo dalla vita di tutti i giorni, capace di ridare fiato al teatro con le tendenze più moderne del gusto, improntato alla naturalezza e alla verità.

Il tutto facendo ricorso ad un linguaggio anch'esso più naturale possibile, quale poteva essere quello delle conversazioni e delle calli veneziane, ed esaltando il dialetto veneziano fin allora fatto oggetto di uso caricaturale e farsesco.

E' del 1738 la scrittura del "Momolo cortesan" che qualche anno più tardi, riveduto, divenne "L'uomo di mondo"; nel 1743, invece, è la volta de "La donna di garbo", entrambi caratterizzati dall'idea di una cosciente prudenza mondana, senso di ilarità e spensieratezza della vita, con una morale sollecita di ciò che è utile e conveniente.

Riprende brevemente a Pisa la professione di avvocato, e proprio in questo periodo (1745-1748)  vedono la luce componimenti quali "Arlecchino servitore di due padroni" e "Figlio d'Arlecchino perduto e ritrovato".

Torna in via definitiva al teatro scrivendo per il capocomico del teatro Sant'Angelo, tra l'altro, "La famiglia dell'antiquario", "La buona moglie" e "La vedova scaltra" che mettevano insieme nobili pieni di sè e saggi mercanti ai quali si contrapponeva la semplicità delle persone che popolavano la laguna.

Fiorirono i consensi del pubblico e insieme le prime polemiche e rivalità. In risposta agli attacchi dell'abate Chiari, Goldoni promise che entro il 1750 avrebbe scritto ben sedici commedie; puntualmente arrivarono e tra queste "Il bugiardo" e "La bottega del caffé".  

Nel 1753 Goldoni diede vita ad un altro dei suoi capolavori, "La locandiera" caratterizzato dalla femminilità scaltra e puntigliosa della sua protagonista.

Il pubblico cedeva anche alle mode esotiche e Goldoni dovette adattarsi componendo la trilogia di "Ircana", "La dalmatina" e "La peruviana" affidando al dialetto la sua voce più vera.

Con "I rusteghi" (1760), "Gli innamorati" (1759), "Le baruffe chiozzotte" e "Sior Todero Brontolon" (1762) raggiunse i più alti traguardi della sua arte, che si sostanziava nella domesticità, tolleranza, giocondità e senso agile del ritmo della vita.

Dopo la sconfitta da Carlo Gozzi, nel 1762, cercando fortuna in Europa si trasferisce a Parigi.

La sua ultima fatica prende il nome di "Memorie" (1792), in francese "Mèmoires", ad attestare ancora una volta la sua passione per il teatro e la sua calda socievolezza. 

Dapprima chiamato alla corte del re Luigi XVI°, per insegnare l'italiano alle sorelle del re, si ritira a Parigi vivendo con una pensione concessa dallo stesso re e poi soppressa dall'Assemblea legislativa.

Sarà ripristinata dalla Convenzione nazionale il giorno dopo la sua scomparsa. 

 

 

Carlo Gozzi

(Venezia, 1720-1806)

Minore di due fratelli, Carlo Gozzi  nasce a Venezia nel 1720.

La sua propensione alla letteratura fu incentivata dall'ambiente familiare ma, poco più che ventenne, specialmente per venire incontro alle necessità giornaliere scelse la carriera sotto le armi.

Vi rimase circa tre anni ed al rientro a Venezia la sua inclinazione trovò naturale ambiente all'Accademia dei Granelleschi divenendone l'animatore.

L'Accademia era sorta nella città lagunare nel 1747, con finalità prettamente burlesche, da parte di letterati che si riunivano nel caffè Menegazzo a San Zulian; i fondatori, animati dallo spirito di reazione alle novità emergenti in fatto di lingua e di costume, riaffermarono il programma classico dell'Arcadia perseverando nell'imitazione di modi berneschi e petrarcheschi.

Gozzi interpretò molto bene i gusti dell'Accademia e scrisse, come replica prima al Bettinelli, "Le raccolte"  e poi al Chiari e a Goldoni "La tartana degli influssi per l'anno bisestile 1756" .

I suoi attacchi si concentrarono in modo deciso su Goldoni del quale Gozzi, pur riconoscendo la grandezza, ne rimproverava l'attenzione eccessiva sulla realtà, da lui ritenuta sciatta nonché le sue idee politiche fortemente avverse all'aristocrazia.

Sostenitore convinto della bontà della commedia dell'arte, dal 1761 al 1765 compose le Fiabe le cui rappresentazioni gli diedero successo: "L'amore delle tre melarance", "Il corvo", "Re Cervo", "Turandot", "La donna serpente", "Il mostro turchino", "Zobeide", "L'augellino belverde" solo per ricordarne alcune.

Vinta la contesa con Goldoni, che dopo la rappresentazione della Turandot lasciò Venezia, proseguì a lavorare per il teatro componendo altre commedie ispirandosi ad autori spagnoli.

La sua ultima opera più significativa, le "Memorie inutili" scritta in seguito ad un incidente occorso con Pier Antonio Gratarol in occasione della rappresentazione de "Le droghe d'amore" (1777).

 

 

Joseph Otto Kesselring

(New York, 1902-

Kingston, New York, 1967)

Commediografo statunitense, la cui fama si lega indissolubilmente alla commedia "Arsenico e vecchi merletti" (1941), "Arsenic and old lace" nel titolo originale, ironica e riuscita rappresentazione di aspetti del costume americano ai quali si aggiungono anche i tratti della drammaturgia del giallo e del terrore.

Venne rappresentata in America per circa tre anni e poi in tutto il mondo; di questa venne poi ideata, nel 1944, una trasposizione cinematografica diretta dal regista Frank Capra con indiscusso protagonista il mai dimenticato Cary Grant.

 

 

Eugène Labiche

(Parigi, 1815-1888)

Il suo primo scritto è del 1838, una commedia intercalata da canzoni basate su aie popolari (vaudeville); a questo ne seguiranno molti altri nei quali viene rappresentata la borghesia di Parigi e delle campagne, piccola e media, del suo tempo.

Dotato di grande e profondo spirito di osservazione, associato ad un'ottima tecnica teatrale, Labiche ebbe sempre a riferimento il ceto medio con i suoi vizi, ambizioni, snobismi e moralità non dimenticando di criticare e punzecchiare ironicamente la classe dirigente al potere.

Scrisse, da solo o avvalendosi di collaborazioni, "Un cappello di paglia di Firenze", in francese "Un chapeau de paille d'Italie"  (1851) dal quale il regista Renè Clair trasse l'omonimo film; "Il viaggio del signor Perrichon" (1860), "La Cagnotte" (1864), "Il più felice dei tre" (1870).

Buona parte delle opere vennero riunite da lui stesso in dieci volumi che presero il nome di "Teatro completo" che portano la data del 1875.

Si ritirò definitivamente dalla creazione drammatica nel 1870, forse anche per il nascere nella nazione francese della necessità di un maggior senso critico.

 

 

Nino Martoglio

(Belpasso, Catania, 3 dicembre 1870-

Catania, 15 settembre 1921)

Giovanissimo esordiente nel giornalismo ideando e scrivendo un proprio settimanale di contenuto politico, letterario ed umoristico, D'Artagnan; un'iniziativa di grande successo che gli valse la popolarità nella città etnea e niente meno che un elogio del Carducci.

Agli albori del 1900 decise di dedicarsi al teatro con l'intento di portare in tutta Italia il teatro dialettale siciliano.

Pur con linguaggio semplice e scorrevole, i suoi scritti hanno sempre un qualcosa di letterario, fine; anche nelle descrizioni Martoglio non è mai fine a sé stesso, sono descrizioni intrise di sentimento dell'autore.

E grazie anche alla bravura degli interpreti dell'epoca, le sue opere raggiungono, ben presto, una straordinaria notorietà.

La prima raccolta sonora che vede a luce è "O' scuru o' scuru" (1895, ben quattordici sonetti dialogati, genere iniziato cinque anni prima da Nino Pappalardo ma che Martoglio alzerà a livello di vera forma d'arte.

Prima di questa raccolta già sul D'Artagnan erano apparsi molti dei sonetti che vennero poi raccolti con il titolo de "Lu fonografu", da molti considerata la sua opera migliore, la più nota e caratterizzante.

Nella figura del poeta si sintetizzano gli aspetti del giornalista, dell'umorista e dell'autore teatrale capaci di accrescerne la sensibilità e di attenuarne il tono melodrammatico.

Compose circa venti commedie, alcune in lingua italiana; diede vita, nel 1903, ad una sua compagnia, la Compagnia drammatica siciliana, debuttando al Teatro Manzoni di Milano, iniziando così a diffondere la conoscenza del teatro dialettale siciliano.

La Sicilia dei suoi scritti è una terra colorita e reale, credibile, con personaggi presi tra la gente di tutti i giorni coinvolti in vicende movimentate e dialoghi vivaci, scoppiettanti.

Martoglio superò molte diffidenze ed ostacoli ma, infine, il teatro siciliano vive e, fintanto che esisterà, Mastro Austinu del "San Giovanni Decollato" (1908), rappresentazione di una religiosità popolare ingenua, Don Cola de "L'aria del Continente" (1910), satira dello snobismo di un borghesuccio siciliano che disprezza le usanze della sua terra, e i personaggi di "Scuru", "Sua Eccellenza", "Il Marchese di Ruvolito", "Taddarita", "Nica" e "Capitan Sèniu" esisteranno per deliziare i pubblici che li ascolteranno. 

Anche Pirandello fu affascinato dall'attività di Martoglio; insieme scrissero "'A vilanza" (1917) e "Cappiddazzu paga tutto" (1917), messa in scena solamente nel 1958.

Forse è meno noto, però Martoglio si dedicò anche alla cinematografia. Negli anni dal 1913 al 1915 diresse come regista quattro film (tra cui si menzionano "Teresa Raquin" e "Sperduti nel buio"), privi di sonoro ma che restano annoverati nella storia del cinema italiano per la loro originalità e intensità espressiva strettamente connessi con il tessuto di vita reale che aveva gia avuto modi di sperimentare con successo nel teatro.

 

 

Italo Svevo

(pseudonimo di Ettore Schmitz)

(Trieste, 19 dicembre 1861-

Motta di Livenza, Treviso, 13 settembre 1928)

Nasce a Trieste il 18 dicembre 1861, da Francesco Schmitz, uomo energico, autoritario e agiato commerciante, e Allegra Moravia, donna dolce e affettuosa.

Trascorre un'infanzia felice; a dodici anni, insieme a due suoi fratelli, viene mandato in Germania, nel collegio di Segnitz presso Wurzburgo, per seguire gli studi commerciali e prepararsi alla carriera per lui desiderata dal padre, quella di commerciante.

Ma la passione per la letteratura prevale e, dopo aver imparato in poco tempo la lingua tedesca, legge i maggiori classici tedeschi (Goethe, Schopenhauer).

Nel 1878 rientra in Italia, con sempre la segreta aspirazione per la letteratura, però, causa il fallimento dell'azienda del padre e le non facili condizioni economiche della famiglia, costringono il giovane Ettore a cercarsi un'occupazione che lo porta alla Unionbank di Vienna.

Il lavori da impiegato non gli impedisce di coltivare la sua passione per la letteratura e inizia a collaborare con il giornale triestino "L'indipendente".

Fermamente deciso ad intraprendere la carriera di scrittore, dopo il lavoro si dedica alla lettura dei classici italiani (Boccaccio, Machiavelli, ecc...) e di altri autori contemporanei; non solo, approfondisce la conoscenza delle opere di Tolstoj e legge anche alcuni autori francesi, tra cui Balzac, Zola e Stendhal.

Inizia a scrivere alcune commedie ("Ariosto governatore", "Il primo amore", "I due poeti", solo per citarne alcune) e riesce a pubblicare su "L'indipendente" due racconti: "Una lotta" (1888) e "L'assassinio di Via Belpoggio" (1890).  

Nel 1892, sotto lo pseudonimo di Italo Svevo che scelse per sottolineare la sua doppia appartenenza alla cultura italiana e tedesca, pubblica, a sue spese, il suo primo romanzo, "Una vita",  tiepidamente accolto dalla critica.

il romanzo è notevole per l'analisi del protagonista nel quale Svevo traspone molte sue personali esperienze.

Seguono periodi difficili, contraddistinti da numerosi lutti familiari, che supera con l'amicizia del pittore triestino Umberto Veruda e le attenzioni della cugina Livia Veneziani alla quale si unisce in matrimonio nel 1896 e dal quale nasce la figlia Letizia.

Pur dividendosi fra tre lavori, impiegato in banca, insegnante di lingua francese e tedesca e lavoro notturno al giornale "Il Piccolo" , riesce a trovare il tempo necessario per dedicarsi alla stesura del secondo romanzo "Senilità" (1898), pubblicato anch'esso a sue spese, che passa inosservato in una stagione che vede i successi di D'Annunzio e Fogazzaro.

Scosso da questo insuccesso, abbandona la scrittura per tuffarsi di nuovo nella lettura di altri grandi autori: Cechov, Dostoevskij e Ibsen.

Agli albori del 1900 lascia in modo definitivo l'impiego in banca per occuparsi, come dirigente, dell'industria del suocero ed inizia a viaggiare e a conoscere l'Europa del tempo.

Dopo la scomparsa dell'amico Veruda conosce, nel 1905, lo scrittore irlandese James Joyce, già da qualche tempo in Italia, insegnante di lingua inglese alla Berlitz School di Trieste.

L'amicizia che nasce non è priva di effetti per il ritorno di Svevo all'attività letteraria.

Lo scoppio del primo conflitto europeo separa i due amici; Joyce lascia l'Italia mentre Svevo rimane a Trieste.

per approfondire quell'analisi interiore che aveva tentato nei primi due romanzi conta non poco la lettura di Freud e l'interesse per la psicoanalisi. Ed ecco, dopo una lunga preparazione, vede la luce il suo capolavoro "La coscienza di Zeno" (1923), che Joyce raccomanda all'attenzione dei critici francesi e che Montale presenta, con grande consenso, in un articolo de "L'Esame" nel 1925.

Anche se in non buone condizioni di salute, Svevo riprende con rinnovato entusiasmo la produzione letteraria con i racconti: "La madre", "Una burla riuscita", "Vino generoso".

Nel 1925 va in scena a Roma l'atto unico "Terzetto spezzato"; scrive, inoltre, l'incompiuto"Corto viaggio sentimentale", pubblicato postumo.

Quando ormai la sua fama è consacrata, lo scrittore, che inizia nel 1928 la stesura del suo quarto romanzo,"Il vecchione", muore a seguito dei traumi riportati in un incidente automobilistico.

 

 

Oscar Wilde

(Dublino 16 ottobre 1854 -

Parigi 30 novembre 1900)

Padre oculista di fama europea e madre con una buona conoscenza del latino e del greco, il giovane Oscar trascorre i suoi primi anni in un ambiente di cultura; già inizia a scrivere poesie ed articoli per un giornale irlandese.

A soli 14 anni vince una borsa di studi alla prestigiosa Università di Oxford presso la quale si laurea brillantemente nel 1878.

Nel 1879 si stabilisce a Londra, non mancando di farsi notare, nei salotti e nei circoli mondani, per la sapiente capacità comunicativa e la sua stravaganza.

Pubblica un libro di poesie nel 1881 e la sua vena comunicativa gli procura un giro di conferenza negli Stati Uniti; al ritorno si dedica alla stesura delle prime commedie, ma senza esito positivo.

Non solo America, ma anche Parigi, per alcuni periodi, vede la presenza di Wilde che diviene grande amico della famosissima attrice Sarah Bernhardt.

Convola a giuste nozze, nel 1884, con Constance Floyd dalla quale avrà due figli, Cyril e Vyvyan.

Libero da problemi economici Oscar Wilde si  dedica al giornalismo, scrive a tempo pieno ed iniziano le prime pubblicazioni; nel 1888 "Il principe felice", racconto di fiabe,  cui seguirà nel 1891 "La casa del melograno".

Dello stesso periodo è la volta di una raccolta di scritti, "Il delitto di Lord Arthur Savile", nei quali prevale la vena umoristica e tra i quali è compresa una delle sue opere più conosciute dal pubblico, "Il fantasma di Canterville".

il grande successo, però, avviene sempre nel 1891 con il suo unico romanzo "Il ritratto di Dorian Gray".

Dal 1892 al 1895 si dedica alle opere teatrali, in prevalenza commedie di grande successo: "Il ventaglio di Lady Windermere" (1892), "Salomè" (1896), "Una donna senza importanza" (1894), "Il marito ideale" (1895).

Quello che da molti è considerato il suo capolavoro è !"L'importanza di chiamarsi Ernesto", commedia degli equivoci esaltata da dialoghi brillanti e intrecci perfetti.

Le sue commedie sono un successo tra il pubblico, ma l'ironia e la vis comica nascondono aspre critiche alla società vittoriana in special modo per il conformismo dell'epoca; per questo molti mal sopportano Wilde e c'è chi vorrebbe vederlo in disgrazia.

Uno scandalo inerente a questioni di amicizia offre ai nemici di Wilde la possibilità di colpirlo duramente; nel processo che lo coinvolge passa da accusatore ad imputato e condannato al carcere ed ai lavori forzati.

Colui che era considerato un genio cade, così, nella rovina morale e finanziaria; tutti lo abbandonano, anche la propria famiglia, alcuni suoi libri vengono bruciati per le piazze e i teatri rifiutano le sue commedie.

Uscito di prigione si trasferisce a Parigi e cerca di riprendere la sua attività di scrittore ma senza alcun esito; duramente provato nel corpo e nello spirito, muore il 30 novembre 1900.

 

   

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