Badenweiler, Foresta Nera,
Germania, 2 luglio 1904)
Anton
Pavlovič Čechov, terzo di sei figli, nasce il 29 gennaio 1860 in una città
della Russia meridionale, Taganròg, sul mare di Azov, da Pàvel Egórovič e
Evgenija Jakovlevna Morosova.
La sua infanzia è
molto difficile, anche per il carattere violento e collerico del
padre; ad appena sette anni è iscritto, insieme al fratello, ad una scuola
greca ma con pessimi risultati a seguito dei quali viene trasferito al
ginnasio russo di Taganròg e aiutando, nel tempo libero, il padre nei lavori
di bottega.
Per un pretesto
del padre, Anton è costretto ad interrompere i suoi studi ed è iscritto alla
"Scuola di arti ei mestieri" per imparare il mestiere di sarto. sempre in
quell'anno (1873) , però, ha modo di entrare per la prima volta in un teatro
ed assistere alla rappresentazione di un'operetta "La belle Hélène"
di Offenbach.
Come una
rivelazione, è l'accendersi improvviso di una passione che lo accompagnerà
in tutta la sua vita; inizia ad allestire, in casa propria che di amici,
spettacoli teatrali, anche con l'aiuto dei fratelli.
Il 1876 la sua
famiglia è costretta, per difficoltà finanziarie, a trasferirsi a Mosca;
Anton, si iscrive di nuovo al ginnasio per terminare gli studi, rimane da
solo a Taganròg mantenendosi con lezioni private agli studenti dei primi
anni.
Nel 1878 consegue
il diploma e l'anno successivo raggiunge la sua famiglia a Mosca; si iscrive
alla facoltà di Medicina e per contribuire alla disastrosa condizione
economica scrive brevi racconti che vende ai giornali umoristici moscoviti.
Proseguendo con
gli studi, porta avanti anche le collaborazioni ai giornali umoristici (tra
i quali "La Libellula", "La Sveglia", "Lo Spettatore") e scrive anche dei
testi teatrali
"Il nobile" e "Il segretario senza barba e con la
pistola" , mai rappresentati e andati perduti.
Conseguita la
laurea in medicina (1884) cerca di intraprendere la professione medica;
nello stesso anno pubblica, a sue spese, la prima raccolta di racconti
"Racconti di Melpomene" ("Skazki Mel'pomeni"), pur
considerando la letteratura secondaria all'attività medica. Si manifestano,
purtroppo, i primi segni della tisi.
Pubblica due
nuove raccolte, "Racconti variopinti" ("Pëstrye rasskazy") nel 1886
e "Nel crepuscolo" ("V sumerkach") nel 1887.
Creatore di
soggetti originali ("Il camaleonte", 1884; "Il
sottufficiale Priscibiev", 1885; "Vanka", 1886).
Nel 1888 esce
"La steppa"
("Step"), il cui indiscusso protagonista è il
paesaggio russo, che riceve consensi unanimi e consacra la fama di scrittore
di Anton.
Scrive anche atti
unici "Il fumo fa male" (1886), "Le nozze" (1889),
"L'anniversario" (1891); sempre nel 1888 va in scena con grande
successo "L'orso" e scrive altri atti unici "Il canto
del cigno" e "Una domanda di matrimonio".
Il successo
ottenuto con "Ivanov"
nel 1889, dopo una terribile prima rappresentazione nel 1887, gli dà
la certezza di poter anche divenire drammaturgo.
Cresce la sua
notorietà accompagnandosi, però, anche a critiche volte in special modo alla
sua "passività politica".
Dopo la morte del
fratello Nikolàj, cui era molto legato, Cechov intraprende un lungo viaggio
che lo conduce all'isola di Sachalin, ove si trovava una colonia penale
russa.
Dal viaggio nasce
il libro omonimo in due volumi "L'isola di Sachalin" (1893).
Nel tentativo di
curarsi dalla malattia, si stabilisce a Melichovo, poco distante da Mosca, e
negli anni che vi trascorre (1891-1897) ha modo di scrivere molto: "Il
reparto n.6"
(1892), "Il monaco nero" (1893), "La mia vita"
(1896), "La casa col mezzanino" (1896).
Nel 1896 propone
"Il gabbiano" ma la prima è un insuccesso; insieme alle critiche
rivoltegli dalla stampa si aggrava anche la sua salute ed è costretto,
nell'inverno 1897-98, a trasferirsi a Nizza.
Durante un breve
soggiorno a Mosca, nel 1898, assistendo alle prove de "Il gabbiano"
al Teatro d'Arte rimane colpito dall'attrice Ol'ga Knipper che diviene sua
moglie il 25 gennaio del 1901.
Duramente provato
nel fisico non smette di lavorare: in quegli anni è la creazione di
"Uva spina"
(1898), "L'uomo nell'astuccio" (1898), "Sull'amore"
(1898), "La signora col cagnolino" (1899) e della
"Fidanzata" (1903).
negli ultimi anni
della sua breve vita ha modo di realizzare anche i drammi "Zio Vanja"
(1899),
"Tre sorelle" (1900) e "Il giardino dei ciliegi
"(1903), completato con grande sofferenza e per il quale, in pessime
condizioni fisiche, si reca a Mosca alla prima, il 17 gennaio 1904,
raccogliendo e ringraziando degli applausi e delle acclamazioni.
In un
estremo, disperato tentativo di curarsi si reca in Germania, a Badenweiler
,nella Foresta Nera, ove si spegne il 2 luglio.
Eduardo De Filippo
(Napoli, 24 maggio 1900-
Roma, 31 ottobre 1984)
Figlio naturale dell'attore Eduardo
Scarpetta
e Luisa De Filippo, il piccolo Eduardo debutta già in tenerissima età in una
rappresentazione firmata dal padre.
Insieme ai fratelli Titina e
Peppino nel 1909 si ritrova sul palco del Teatro Valle di Roma in "Nu
ministro mmiez'e guaie" anch'essa firmata dal padre.
Entra in collegio nel 1911 ma
continua sempre a recitare, alternando dure esperienze nel cinema che terminano ben
presto.
Qualche anno più tardi da
adolescente recita nella compagnia di Enrico Altieri, valutato come il
miglior attore drammatico e popolare napoletano di quegli anni, alternando
alla rappresentazione di drammi anche delle farse nelle quali il giovane
Eduardo interpreta ruoli di primo piano.
Il lavoro è durissimo ma ha modo
di scoprire, sul palcoscenico dell'Orfeo, il mondo del teatro di varietà e
le macchiette e fa amicizia in un camerino del locale con un giovane che
presto sarebbe diventato più noto a tutti con il nome di Totò.
Lavoro ed impegno moltissimi così
facendo, però,impara l'arte della scena; passa dalla compagnia di Peppino
Villani a quella Urcioli-De Crescenzo, a quella di Aldo Bruno e nella
Compagnia Italiana di Luigi Cancrini calcando le scene dei teatri napoletani
più comuni.
Viene chiamato ad assolvere il
servizio militare nei Bersaglieri di Roma nel 1920; smessa la divisa da
militare nel 1922 riprende a frequentare i palcoscenici con la compagnia del
padre. E' di questo periodo lo scritto "Ho fatto il guaio? Riparerò!"
che andrà in scena qualche anno più tardi con il titolo "Uomo e
galantuomo".
Nel 1924 si associa alla
compagnia di riviste di Peppino Villani; nel 1926, invece, insieme a suo
fratello Peppino sottoscrive un contratto per attore nella compagnia di
Luigi Carini, anche se l'anno successivo ritorna nella compagnia del
fratellastro Vincenzo con la quale mette in scena una commedia in due atti
dal titolo "Ditegli sempre di sì".
Nel 1929 Eduardo e Peppino hanno
un grande successo con "Prova generale", ossia tre modi di far
ridere (semplice, malizioso; grottesco).
Il 1931 è l'anno che vede ad
opera dei tre fratelli, Eduardo Peppino e Titina, dare vita alla compagnia
del "Teatro umoristico - I De Filippo" che andrà avanti
fino al 1944.
La compagnia si esibisce in
diverse città italiane, seppure con esiti non sempre positivi, ma il vero
successo arriva alla fine del 1931 quando viene rappresentato l'atto unico
di Eduardo "Natale in casa Cupiello" , una delle pietre
miliari del nostro teatro.
Nei primi anni trenta risale
l'incontro con Luigi Pirandello, e nel 1934-35 ha inizio il ciclo
pirandelliano con la presentazione in napoletano, all'Odeon di Mialno, di "Liolà".
Nel 1935 Eduardo scrive
"Uno coi capelli bianchi", commedia che verrà rappresentata nel '38
al Teatro Quirino di Roma; nel 1936 è la volta de "Il berretto a
sonagli" al Fiorentini di Napoli.
Con la collaborazione di
Pirandello, Eduardo trasforma il racconto "L'abito nuovo" in
una commedia in tre atti.
Nella stagione 1938-39 si consuma
il divorzio dalla compagnia da parte della sorella Titina insieme al suo
compagno di vita Pietro Carloni.
"Non ti pago",
commedia in tre atti, viene scritta nel 1940; nel 1942 è la volta di
"Io l'erede", commedia in tre atti, e nello stesso anno va in scena
a Torino "La fortuna con l'effe maiuscola", scritta a quattro
mani con Armando Curcio.
I rapporti con il fratello
Peppino iniziano a farsi difficili, ma il sereno tra i due torna presto ed
anche Titina rientra nella compagnia.
Napoli, nel 1944, vede il
ritorno dei De Filippo; vi mancavano dal 1941.
Il 1945 è l'anno di "Napoli
milionaria" ma è anche l'anno in cui si consuma la definitiva
separazione artistica con Peppino; Eduardo dà vita alla Compagnia di
Eduardo che rappresenta, l'anno successivo, "Questi fantasmi" e poco dopo, con grande successo, "Filomena Marturano" ,
che poi diverrà il pezzo forte della sorella Titina.
Al già vasto repertorio seguono
Pensa a realizzare un teatro
tutto suo (1946-47) ed inizia progetti per ricostruire ristrutturare il
teatro San Ferdinando, raso al suolo dalle bombe.
Seguono, al già vasto repertorio,
altre opere: "Le bugie con le gambe lunghe" (1947), "La
grande magia" (1948), "Le voci di dentro" (1948) e "La paura numero uno" (1951).
Compra il terreno dove restano le
macerie del San Ferdinando e inizia i lavori per la ricostruzione; nella
stagione 1951-52, per finanziare i lavori, non forma la compagnia e si da al
cinema.
Nel 1953 rifiuta una proposta
teatrale di Giorgio Strehler, ma il ritorno al palcoscenico non è lontano
poiché, per onorare il padre nel centenario della nascita, propone
"Miseria e nobiltà" al Mediterraneo di Napoli.
Il San Ferdinando, tornato a
nuovo splendore, viene inaugurato nel 1954 con "Palummella zompa e
vola" di Antonio Petito.
Nel 1956, Eduardo, pur
continuando la direzione della sua compagine, fonda, senza recitarvi, "La
Scarpettiana", per far rivivere sui palchi il repertorio di suo padre.
in quella fine di anni cinquanta
iniziano anche i suoi rapporti con la neonata televisione, lavora nel cinema
e collabora con Federico Fellini in "Fortunella".
A Mosca, nel 1958, è
rappresentata "Filomena Marturano" .
Nel 1962 è tempo de "Il
sindaco del rione Sanità".
Negli anni successivi si
alternano rappresentazioni teatrali e spettacoli televisivi; nel 1980 apre
una scuola di drammaturgia a Firenze e riceve la laurea honoris
causa.all'università di Roma.
L'anno successivo iniziano le
rappresentazioni della compagnia di suo figlio Luca al teatro La Pergola;
alla Sapienza di Roma prendono avvio i corsi di drammaturgia e gli viene
assegnata la cattedra. E' senatore a vita.
Nel 1983 cura le regie di
"Bene mio e core mio" per la compagnia di Isa Danieli,
"Tre cazune fortunate" e "Nu turco napoletano" per la
compagnia di Luca De Filippo.
La sua ultima fatica è una
memorabile interpretazione del maestro Corsetti nel film per la TV "Cuore",
nel 1984, diretto da Luigi Comencini.
Il grande artista si spegne a
Roma il 31 ottobre dello stesso anno.
Carlo Goldoni
(Venezia, 25 febbraio 1707-
Parigi, 1793)
Carlo Goldoni nasce a Venezia il
25 febbraio 1707, da padre Giulio e madre Margherita Savioni.
Fin da bambino è evidente il
carattere espansivo, la curiosità, la predisposizione agli spettacoli e lo
stare nella società, in mezzo alla gente.
All'infanzia serena non segue un
felice percorso di studi che è, anzi, piuttosto travagliato ma che,
comunque,termina con il conseguimento di una laurea in legge presso
l'Università di Padova (1731); nel mezzo lavori di apprendista in uno studio
legale, coadiutore di cancelleria e, dopo la laurea, come avvocato.
E' solo dopo una breve permanenza
a Milano (1733-1734) che inizia a collaborare, in modo non definitivo, per
il teatro riscrivendo per il capocomico del teatro San Samuele alcune
pesanti opere tragicomiche.
Goldoni, in rapporto al
decadimento in cui era giunta la commedia dell'arte, aspira ad una
comicità sottile e discreta, attingendo dalla vita di tutti i giorni, capace
di ridare fiato al teatro con le tendenze più moderne del gusto, improntato
alla naturalezza e alla verità.
Il tutto facendo ricorso ad un
linguaggio anch'esso più naturale possibile, quale poteva essere quello
delle conversazioni e delle calli veneziane, ed esaltando il dialetto
veneziano fin allora fatto oggetto di uso caricaturale e farsesco.
E' del 1738 la scrittura del "Momolo cortesan" che qualche anno più tardi, riveduto, divenne
"L'uomo di mondo"; nel 1743, invece, è la volta de "La donna
di garbo", entrambi caratterizzati dall'idea di una cosciente
prudenza mondana, senso di ilarità e spensieratezza della vita, con una
morale sollecita di ciò che è utile e conveniente.
Riprende brevemente a Pisa la
professione di avvocato, e proprio in questo periodo (1745-1748)
vedono la luce componimenti quali "Arlecchino servitore di due
padroni" e "Figlio d'Arlecchino perduto e ritrovato".
Torna in via definitiva al teatro
scrivendo per il capocomico del teatro Sant'Angelo, tra l'altro, "La
famiglia dell'antiquario", "La buona moglie" e
"La vedova scaltra" che mettevano insieme nobili pieni di sè e saggi
mercanti ai quali si contrapponeva la semplicità delle persone che
popolavano la laguna.
Fiorirono i consensi del pubblico
e insieme le prime polemiche e rivalità. In risposta agli attacchi
dell'abate Chiari, Goldoni promise che entro il 1750 avrebbe scritto ben
sedici commedie; puntualmente arrivarono e tra queste "Il bugiardo"
e "La bottega del caffé".
Nel 1753 Goldoni diede vita ad un
altro dei suoi capolavori, "La locandiera" caratterizzato
dalla femminilità scaltra e puntigliosa della sua protagonista.
Il pubblico cedeva anche alle
mode esotiche e Goldoni dovette adattarsi componendo la trilogia di "Ircana",
"La dalmatina" e "La peruviana" affidando al
dialetto la sua voce più vera.
Con "I rusteghi" (1760),
"Gli innamorati" (1759), "Le baruffe chiozzotte"
e "Sior Todero Brontolon" (1762) raggiunse i più alti
traguardi della sua arte, che si sostanziava nella domesticità, tolleranza,
giocondità e senso agile del ritmo della vita.
Dopo la sconfitta da Carlo Gozzi,
nel 1762, cercando fortuna in Europa si trasferisce a Parigi.
La sua ultima fatica prende il
nome di "Memorie" (1792), in francese "Mèmoires",
ad attestare ancora una volta la sua passione per il teatro e la sua calda
socievolezza.
Dapprima chiamato alla corte del
re Luigi XVI°, per insegnare l'italiano alle sorelle del re, si ritira a
Parigi vivendo con una pensione concessa dallo stesso re e poi soppressa
dall'Assemblea legislativa.
Sarà ripristinata dalla
Convenzione nazionale il giorno dopo la sua scomparsa.
Carlo Gozzi
(Venezia, 1720-1806)
Minore di due fratelli, Carlo
Gozzi nasce a Venezia nel 1720.
La sua propensione alla
letteratura fu incentivata dall'ambiente familiare ma, poco più che
ventenne, specialmente per venire incontro alle necessità giornaliere scelse
la carriera sotto le armi.
Vi rimase circa tre anni ed al
rientro a Venezia la sua inclinazione trovò naturale ambiente all'Accademia
dei Granelleschi divenendone l'animatore.
L'Accademia era sorta nella città
lagunare nel 1747, con finalità prettamente burlesche, da parte di letterati
che si riunivano nel caffè Menegazzo a San Zulian; i fondatori, animati
dallo spirito di reazione alle novità emergenti in fatto di lingua e di
costume, riaffermarono il programma classico dell'Arcadia
perseverando nell'imitazione di modi berneschi e petrarcheschi.
Gozzi interpretò molto bene i
gusti dell'Accademia e scrisse, come replica prima al Bettinelli, "Le
raccolte" e poi al Chiari e a Goldoni "La tartana degli
influssi per l'anno bisestile 1756" .
I suoi attacchi si concentrarono
in modo deciso su Goldoni del quale Gozzi, pur riconoscendo la grandezza, ne
rimproverava l'attenzione eccessiva sulla realtà, da lui ritenuta sciatta
nonché le sue idee politiche fortemente avverse all'aristocrazia.
Sostenitore convinto della bontà
della commedia dell'arte, dal 1761 al 1765 compose le Fiabe le
cui rappresentazioni gli diedero successo: "L'amore delle tre
melarance", "Il corvo", "Re Cervo", "Turandot", "La donna serpente", "Il mostro
turchino", "Zobeide", "L'augellino belverde"
solo per ricordarne alcune.
Vinta la contesa con Goldoni, che
dopo la rappresentazione della Turandot lasciò Venezia, proseguì a lavorare
per il teatro componendo altre commedie ispirandosi ad autori spagnoli.
La sua ultima opera più
significativa, le "Memorie inutili" scritta in seguito ad un
incidente occorso con Pier Antonio Gratarol in occasione della
rappresentazione de "Le droghe d'amore" (1777).
Joseph Otto Kesselring
(New York, 1902-
Kingston, New York, 1967)
Commediografo statunitense, la
cui fama si lega indissolubilmente alla commedia "Arsenico e vecchi
merletti" (1941), "Arsenic and old lace" nel titolo
originale, ironica e riuscita rappresentazione di aspetti del costume
americano ai quali si aggiungono anche i tratti della drammaturgia del
giallo e del terrore.
Venne rappresentata in America
per circa tre anni e poi in tutto il mondo; di questa venne poi ideata, nel
1944, una trasposizione cinematografica diretta dal regista Frank Capra con
indiscusso protagonista il mai dimenticato Cary Grant.
Eugène Labiche
(Parigi, 1815-1888)
Il suo primo scritto è del 1838,
una commedia intercalata da canzoni basate su aie popolari (vaudeville);
a questo ne seguiranno molti altri nei quali viene rappresentata la
borghesia di Parigi e delle campagne, piccola e media, del suo tempo.
Dotato di grande e profondo
spirito di osservazione, associato ad un'ottima tecnica teatrale, Labiche
ebbe sempre a riferimento il ceto medio con i suoi vizi, ambizioni, snobismi
e moralità non dimenticando di criticare e punzecchiare ironicamente la
classe dirigente al potere.
Scrisse, da solo o avvalendosi di
collaborazioni, "Un cappello di paglia di Firenze", in
francese "Un chapeau de paille d'Italie" (1851) dal
quale il regista Renè Clair trasse l'omonimo film; "Il viaggio del
signor Perrichon" (1860), "La Cagnotte" (1864),
"Il più felice dei tre" (1870).
Buona parte delle opere vennero
riunite da lui stesso in dieci volumi che presero il nome di "Teatro
completo" che portano la data del 1875.
Si ritirò definitivamente dalla
creazione drammatica nel 1870, forse anche per il nascere nella nazione
francese della necessità di un maggior senso critico.
Nino Martoglio
(Belpasso, Catania, 3 dicembre 1870-
Catania, 15 settembre 1921)
Giovanissimo esordiente nel
giornalismo ideando e scrivendo un proprio settimanale di contenuto
politico, letterario ed umoristico, D'Artagnan; un'iniziativa di
grande successo che gli valse la popolarità nella città etnea e niente meno
che un elogio del Carducci.
Agli albori del 1900 decise di
dedicarsi al teatro con l'intento di portare in tutta Italia il teatro
dialettale siciliano.
Pur con linguaggio semplice e
scorrevole, i suoi scritti hanno sempre un qualcosa di letterario, fine;
anche nelle descrizioni Martoglio non è mai fine a sé stesso, sono
descrizioni intrise di sentimento dell'autore.
E grazie anche alla bravura degli
interpreti dell'epoca, le sue opere raggiungono, ben presto, una
straordinaria notorietà.
La prima raccolta sonora che vede
a luce è "O' scuru o' scuru" (1895, ben quattordici sonetti
dialogati, genere iniziato cinque anni prima da Nino Pappalardo ma che
Martoglio alzerà a livello di vera forma d'arte.
Prima di questa raccolta già sul
D'Artagnan erano apparsi molti dei sonetti che vennero poi raccolti con il
titolo de "Lu fonografu", da molti considerata la sua opera
migliore, la più nota e caratterizzante.
Nella figura del poeta si
sintetizzano gli aspetti del giornalista, dell'umorista e dell'autore
teatrale capaci di accrescerne la sensibilità e di attenuarne il tono
melodrammatico.
Compose circa venti commedie,
alcune in lingua italiana; diede vita, nel 1903, ad una sua compagnia, la
Compagnia drammatica siciliana, debuttando al Teatro Manzoni di Milano,
iniziando così a diffondere la conoscenza del teatro dialettale
siciliano.
La Sicilia dei suoi scritti è una
terra colorita e reale, credibile, con personaggi presi tra la gente di
tutti i giorni coinvolti in vicende movimentate e dialoghi vivaci,
scoppiettanti.
Martoglio superò molte diffidenze
ed ostacoli ma, infine, il teatro siciliano vive e, fintanto che esisterà,
Mastro Austinu del "San Giovanni Decollato" (1908),
rappresentazione di una religiosità popolare ingenua, Don Cola de
"L'aria del Continente" (1910), satira dello snobismo di un
borghesuccio siciliano che disprezza le usanze della sua terra, e i
personaggi di "Scuru", "Sua Eccellenza",
"Il Marchese di Ruvolito", "Taddarita", "Nica"
e "Capitan Sèniu" esisteranno per deliziare i pubblici che li
ascolteranno.
Anche Pirandello fu affascinato
dall'attività di Martoglio; insieme scrissero "'A vilanza"
(1917) e "Cappiddazzu paga tutto" (1917), messa in scena
solamente nel 1958.
Forse è meno noto, però Martoglio
si dedicò anche alla cinematografia. Negli anni dal 1913 al 1915 diresse
come regista quattro film (tra cui si menzionano "Teresa Raquin"
e "Sperduti nel buio"), privi di sonoro ma che restano
annoverati nella storia del cinema italiano per la loro originalità e
intensità espressiva strettamente connessi con il tessuto di vita reale che
aveva gia avuto modi di sperimentare con successo nel teatro.
Italo
Svevo
(pseudonimo
di Ettore Schmitz)
(Trieste, 19 dicembre 1861-
Motta di Livenza, Treviso, 13 settembre 1928)
Nasce
a Trieste il 18 dicembre 1861, da Francesco Schmitz,
uomo energico, autoritario e agiato commerciante, e
Allegra Moravia, donna dolce e affettuosa.
Trascorre un'infanzia felice; a dodici anni, insieme
a due suoi fratelli, viene mandato in Germania, nel
collegio di Segnitz presso Wurzburgo, per seguire
gli studi commerciali e prepararsi alla carriera per
lui desiderata dal padre, quella di commerciante.
Ma la passione per la letteratura prevale e, dopo
aver imparato in poco tempo la lingua tedesca, legge
i maggiori classici tedeschi (Goethe, Schopenauer).
Nel 1878 rientra in Italia, con sempre la segreta
aspirazione per la letteratura, però, causa il
fallimento dell'azienda del padre e le non facili
condizioni economiche della famiglia, costringono il
giovane Ettore a cercarsi un'occupazione che lo
porta alla Unionbank di Vienna.
Il lavori da impiegato non gli impedisce di
coltivare la sua passione per la letteratura e
inizia a collaborare con il giornale triestino
"L'indipendente".
Fermamente deciso ad intraprendere la carriera di
scrittore, dopo il lavoro si dedica alla lettura dei
classici italiani (Boccaccio, Machiavelli, ecc...) e
di altri autori contemporanei; non solo,
approfondisce la conoscenza delle opere di Tolstoj e
legge anche alcuni autori francesi, tra cui Balzac,
Zola e Stendhal.
Inizia a scrivere alcune commedie ("Ariosto
governatore", "Il primo amore",
"I due poeti", solo per citarne
alcune) e riesce a pubblicare su "L'indipendente"
due racconti: "Una lotta" (1888) e
"L'assassinio di Via Belpoggio"
(1890).
Nel 1892, sotto lo pseudonimo di Italo Svevo che
scelse per sottolineare la sua doppia appartenenza
alla cultura italiana e tedesca, pubblica, a sue
spese, il suo primo romanzo, "Una vita",
tiepidamente accolto dalla critica.
il romanzo è notevole per l'analisi del protagonista
nel quale Svevo traspone molte sue personali
esperienze.
Seguono periodi difficili, contraddistinti da
numerosi lutti familiari, che supera con l'amicizia
del pittore triestino Umberto Veruda e le attenzioni
della cugina Livia Veneziani alla quale si unisce in
matrimonio nel 1896 e dal quale nasce la figlia
Letizia.
Pur dividendosi fra tre lavori, impiegato in banca,
insegnante di lingua francese e tedesca e lavoro
notturno al giornale "Il Piccolo" , riesce a
trovare il tempo necessario per dedicarsi alla
stesura del secondo romanzo "Senilità" (1898), pubblicato anch'esso a sue spese, che
passa inosservato in una stagione che vede i
successi di D'Annunzio e Fogazzaro.
Scosso da questo insuccesso, abbandona la scrittura
per tuffarsi di nuovo nella lettura di altri grandi
autori: Cechov, Dostoevskij e Ibsen.
Agli albori del 1900 lascia in modo definitivo
l'impiego in banca per occuparsi, come dirigente,
dell'industria del suocero ed inizia a viaggiare e a
conoscere l'Europa del tempo.
Dopo la scomparsa dell'amico Veruda conosce, nel
1905, lo scrittore irlandese James Joyce, già da
qualche tempo in Italia, insegnante di lingua
inglese alla Berlitz School di Trieste.
L'amicizia che nasce non è priva di effetti per il
ritorno di Svevo all'attività letteraria.
Lo scoppio del primo conflitto europeo separa i due
amici; Joyce lascia l'Italia mentre Svevo rimane a
Trieste.
per approfondire quell'analisi interiore che aveva
tentato nei primi due romanzi conta non poco la
lettura di Freud e l'interesse per la psicoanalisi.
Ed ecco, dopo una lunga preparazione, vede la luce
il suo capolavoro "La coscienza di Zeno" (1923), che Joyce raccomanda all'attenzione dei
critici francesi e che Montale presenta, con grande
conenso, in un articolo de "L'Esame" nel
1925.
Anche se in non buone condizioni di salute, Svevo
riprende con rinnovato entusiasmo la produzione
letteraria con i racconti: "La madre",
"Una burla riuscita", "Vino
generoso".
Nel 1925 va in scena a Roma l'atto unico
"Terzetto spezzato"; scrive, inoltre,
l'incompiuto "Corto viaggio sentimentale",
pubblicato postumo.
Quando ormai la sua fama è consacrata, lo scrittore,
che inizia nel 1928 la stesura del suo quarto
romanzo ,"Il vecchione", muore a
seguito dei traumi riportati in un incidente
automobilistico.
Oscar Wilde
(Dublino 16 ottobre 1854 -
Parigi 30 novembre 1900)
Padre oculista di fama europea e
madre con una buona conoscenza del latino e del greco, il giovane Oscar
trascorre i suoi primi anni in un ambiente di cultura; già inizia a scrivere
poesie ed articoli per un giornale irlandese.
A soli 14 anni vince una borsa di
studi alla prestigiosa Università di Oxford presso la quale si laurea
brillantemente nel 1878.
Nel 1879 si stabilisce a Londra,
non mancando di farsi notare, nei salotti e nei circoli mondani, per la
sapiente capacità comunicativa e la sua stravaganza.
Pubblica un libro di poesie nel
1881 e la sua vena comunicativa gli procura un giro di conferenza negli
Stati Uniti; al ritorno isi dedica alla stesura delle prime commedie, ma
senza esito positivo.
Non solo America, ma anche
Parigi, per alcuni periodi, vede la presenza di Wilde che diviene grande
amico della famosissima attrice Sarah Bernhardt.
Convola a giuste nozze, nel 1884,
con Constance Floyd dalla quale avrà due figli, Cyril e Vyvyan.
Libero da problemi economici
Oscar Wilde si dedica al giornalismo, scrive a tempo pieno ed iniziano
le prime pubblicazioni; nel 1888 "Il principe felice",
racconto di fiabe, cui seguirà nel 1891 "La casa
del melograno".
Dello stesso periodo è la volta
di una raccolta di scritti, "Il delitto di Lord Arthur Savile",
nei quali prevale la vena umoristica e tra i quali è compresa una delle sue
opere più conosciute dal pubblico, "Il fantasma di Canterville".
il grande successo, però, avviene
sempre nel 1891 con il suo unico romanzo "Il ritratto di Dorian Gray".
Dal 1892 al 1895 si dedica alle
opere teatrali, in prevalenza commedie di grande successo: "Il
ventaglio di Lady Wintdermere" (1892), "Salomè"
(1896), "Una donna senza importanza" (1894), "Il marito
ideale" (1895).
Quello che da molti è considerato
il suo capolavoro è !"L'importanza di chiamarsi Ernesto",
commedia degli equivoci esaltata da dialoghi brillanti e intrecci perfetti.
Le sue commedie sono un successo
tra il pubblico, ma l'ironia e la vis comica nascondono aspre critiche alla
società vittoriana in special modo per il conformismo dell'epoca; per questo
molti mal sopportano Wilde e c'è chi vorrebbe vederlo in disgrazia.
Uno scandalo inerente a questioni
di amicizia offre ai nemici di Wilde la possibilità di colpirlo duramente;
nel processo che lo coinvolge passa da accusatore ad imputato e condannato
al carcere ed ai lavori forzati.
Colui che era considerato un
genio cade, così, nella rovina morale e finanziaria; tutti lo abbandonano,
anche la propria famiglia, alcuni suoi libri vengono bruciati per le piazze
e i teatri rifiutano le sue commedie.
Uscito di prigione si trasferisce
a Parigi e cerca di riprendere la sua attività di scrittore ma senza alcun
esito; .duramente provato nel corpo e nello spirito muore il 30 novembre
1900.